
Un bello bonsai Da un po’ di tempo che sento nominare lo scrittore cileno Alejandro Zambra da diversi amici, dal giornale spagnolo El País e da diverse interviste. Ho sentito dire che era giovane, che due dei suoi libri gli aveva pubblicato Anagrama e che era professore di letteratura all’Università Diego Portales (Santiago del Cile); tutte queste, erano indicazioni che mi facevano pensare che doveva essere un tipo bravo, sebbene ci si riesce a conoscere veramente uno scrittore quando si legge la sua opera. Ho pensato che in Italia mi sarebbe stato impossibile trovare qualcuno dei suoi libri, ne ho provato, e non ho trovato niente; finché settimana scorsa ero in Sala Borsa (il luogo più fantastico che esiste a Bologna) e per queste cose della vita, mi sono avvicinato all’ultimo corridoio della letteratura contemporanea per vedere se riuscivo a trovare qualcosa di interessante nella lettera Z. Ed è stata grande la mia sorpresa quando mi sono trovato davanti a un piccolo libro chiamato Bonsái; che era il romanzo di Zamba, che era stato elogiato sia dalla critica cilena, sia da quella spagnola, e che è stato portato al cinema dal regista Cristián Jiménez. Quando si inizia a leggere un romanzo in un’altra lingua e si dimentica che non è nella lingua materna, può essere causato da tre varianti: La prima può essere perché il linguaggio che si occupa nel romanzo sia semplice e vicino a tutti; la seconda, perché il romanzo è molto divertente; e la terza, perché il traduttore ha fatto un lavoro fantastico (ma sono poche le occasioni che ciò capita, quando si traduce dallo spagnolo all’italiano). In questo caso, la risposta è che sono tutte le anteriori varianti, e ci si rende conto soltanto alla fine del romanzo, che questo non era stato scritto nella propria lingua. Divertente, semplice, diretto e senza grandi aspirazioni né strutturali né estetiche, piuttosto ha una magia invisibile e pervasiva, che soltanto i narratori veramente bravi possono raggiungere. Come è stato affermato più volte dal suo autore, questo romanzo è molto semplice, infatti non è considerato per lui come un romanzo, ma come un racconto lungo, ma che grazie alla formattazione di Anagrama è diventato un romanzo. Già dalla prima pagina racconta quello che succederà alla fine, Lei si chiama Emilia, Lui Giulio, Lei muore ai 30 anni, Lui invece no; e ciò che capiterà da li in poi, sarà soltanto letteratura, come dice il narratore. Ed è così effettivamente, si racconta la storia di questi due giovani che si conoscono nell’Università del Cile, luogo dove questi due studiano insieme letteratura; e a questo punto, inizia non una storiella d’amore giovanile, bensì una storia della vita quotidiana, della letteratura, della gioventù, del fallimento e del destino. Poche volte mi è capitato di guardare come il titolo di un’opera sia scelto così tanto bene e che sia così ben preciso come in questo caso, cosicché il romanzo assomiglia, nella sua struttura ed estetica, semplice e bella alla volta, a quella di un bonsai. Consigliabile a tutti quelli cui piacciono le storie scorrevoli e divertenti e soprattutto, a coloro che abbiano voglia di imparare qualcosa di letteratura, perché il romanzo nomina tantissimi autori, scrittori e poeti. Pongo l’accento sul nome del poeta cileno Kurt Folch, che viene nominato insieme ad altri come Ted Hughes, Tomas Transtromer e Armando Uribe. Ora prenderò gli altri libri di questo autore, che senza subbio, sentiremo parlarne nei prossimo anni, soprattutto quando si disporrà a scrivere un capolavoro, in altre parole, un’opera che ha più di 150 pagine. |
Rodrigo Ertti _ 2 gennaio 2012
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