2666

Autore: Rodrigo Ertti

Traduzione: Giuseppe Paganini

 

Roberto Bolaño ha goduto in vita del riconoscimento del mondo letterario a livello internazionale, cominciando dalla Spagna, paese dove ha vissuto e dove ha pubblicato la grande maggioranza delle sue opere per poi espandersi verso l’America Latina. Il Messico è stato l’atrio Della sua letteratura, il legame tra lo scrittore e questo paese è sempre stato molto importante dato che ha vissuto tutta la sua adolescenza lì.

Anche perche la sua opera più importante è stata I Detective Selvaggi, dove racconta le sue aneddote che nascono in questo paese, insieme a quello che è stato il suo più grande amico, il poeta messicano Mario Santiago (Ulises Lima nel romanzo).

Il suo nome è cominciato a diventare conosciuto con il romanzo La Letteratura Nazista in America, ma è stato I Detective Selvaggi ad aprire le porte della fama mondiale, cambiando di casa editrice ad Anagrama, una delle più prestigiose di Spagna, creando uno stacco tra il prima e il dopo nella sua letteratura. Con questo romanzo ha vinto il premio Jorge Herralde (editore di Anagrama) e il Rómulo Gallegos, il premio di letteratura più importante in Venezuela.

Ma non è stata I Detective Selvaggi ma un’altra l’opera che lo ha portato tra i migliori scrittori latinoamericani e universali. Negli ultimi anni di vita, ha iniziato a scrivere la sua opera più importante, più ambiziosa e quella che in qualche maniera, radunasse tutta la sua letteratura in un solo romanzo. Con la salute ormai compromessa, ha intrapreso un lavoro che sperava fosse una specie di assicurazione a vita per la sua famiglia, qualcosa che lasciassi una sicurezza economica, quella sicurezza che aveva fatto tanta fatica ad avere nella sua vita.

E così decise di spendere i suoi ultimi anni scrivendo 2666, un’opera che lo riporta alle terre messicane, ispiradosi a esse, particolarmente a un successo che avviene ormai da più di due decenni in una delle sue località: i numerosi crimini contro le donne di Ciudad Juarez, città che in 2666 viene sostituita per l’immaginaria località di Santa Teresa.

Il romanzo gira intorno a questo fatto particolare, ma anche intorno alla figura di un enigmatico scrittore tedesco che non si fa vedere in publico, che non si presenta alle cerimonie di premiazione e che sfugge dal mondo, così come sfuggiva Bolaño, viaggiando sempre , cercando un posto tranquillo lontano dal caos urbano, dove poter fare quello che gli piaceva di più, leggere e scrivere.

La figura di questo scrittore chiamato Benno von Archimboldi e la ricerca che fanno alcuni dei suoi più fedeli seguaci si mescola con i crimini di Santa Teresa, non essendoci una relazione diretta tra il tedesco e gli assassini di massa, ma incrociando le storie costantemente dentro l’opera, intrecciando città, posti, nomi e storie che daranno vita a un romanzo di 1121 pagine.

Un libro abastanza esteso, ma che a leggerlo risulta corto per la sua lettura molto dinamica. Bolaño all’inizio voleva dividerlo in cinque volumi, ma alla fine il suo editore ha deciso di publicarlo in un unico libro, in segno dell’ambizione dell’opera e come avrebbe voluto Bolaño, che è morto prima di poter finire 2666, mancando pochi mesi per la sua publicazione.

Anche se il libro gira intorno a queste due storie principali, quella dello scrittore e dei crimini, non si può parlare di un argomento centrale, perche come in tutti i romanzi di Bolaño, questa opera ha centinaia di argomenti, migliaia di racconti e “sottoracconti” che appaiono qui con più forza che in qualsiasi dei suoi libri precedenti. La struttura, il supporto che tiene sù queste storie sono i due fatti principali, come due soli per una sola galassia che gira e si nutre di queste fonti di energia narrativa.

La struttura del romanzo è divisa in cinque capitoli o parti, il primo dedicato essenzialmente a quattro amici, critici di letteratura e specializzati nell’opera di Archimboldi. Il secondo racconta la storia di uno scrittore cileno, che ha vissuto in Spagna, che si reca a Santa Teresa, nella frontiera di Messico con gli Stati Uniti. Amalfitano è, secondo me,  una interpretazione di Bolaño su se stesso, ma con un giro nel suo destino, un cammino parallelo a quello che ha veramente intrapreso lo scrittore, un cammino che lo avrebbe portato al fallimento e alla desolazione di fronte ai deserti messicani, alla amarezza non aver riuscito quello che finalmente gli è riuscito a Bolaño.

Nella terza parte il protagonista è un giornalista americano che viaggia a Santa Teresa per coprire un incontro di boxe, materia che non è la sua, ma dovuto alla repentina morte dell’incaricato delle notizie di sport si vede costretto a occuparsi per la sua rivista. In questa città si vedrà coinvolto in una serie di storie che lo porteranno a legare sentimentalmente con la figlia di uno dei personaggi principali. Poi, nel quarto capitolo troviamo la sezione più estesa del romanzo, dedicata ai crimini di Ciudad Juarez, senza risparmiare in dettagli, Bolaño si è fatto dare una grande quantità di dati da un cronista della polizia messicana che lo ha aiutato a mettere insieme tutte le storie di tante donne uccise, alcune violentate. Molte tra di loro non hanno mai trovato giustizia e in un senso l’opera di Bolaño, ricordandole, le ha aiutato a trovarla.

Cosi arriviamo al capitolo finale, il più bello secondo il mio giudizio, che racconta la vita di Hans Reuter o Benno Von Archimboldi.
2666 è una opera incompleta ed incompletabile, così afferma lo scrittore Ignacio Echeverría, perche Bolaño è morto prima di finirla, fatto che aggiunge mistero al romanzo e lascia le porte aperte a innumerevoli domande su quello che potrebbe succedere nel futuro dei racconti. Ma alla fine ci rendiamo conto che l’opera è come la vita stessa, dove le storie non hanno un inizio e una fine come nei libri o il cinema, ma sono circoli dove si sviluppano delle storie. Alcune non finiscono mai, come capita in 2666.

Tale fu il successo di questo romanzo, che è  stato portato al teatro da una compagnia catalana, con grande affluenza dal publico di Barcellona, publico che ha avuto ed ha ancora un grande rispetto per la figura di Roberto Bolaño.

Recentemente ho avuto la fortuna di visitare la chiesa della Sagrada Familia a Barcellona, un’opera incompiuta che da anni si sta costruendo e mi sono ricordato di 2666. Si può confrontare il libro, senza paura a sbagliare, con la grandiosità di questa costruzione, perche il romanzo postumo di Bolaño è un universo pieno di storie, aneddoti, personaggi e dettagli, come l’emblematica chiesa catalana.
Questa è una analogia che oso fare perche credo ci siano opere che vorrei non vedere mai ultimate, perche questo dà loro una caratteristica particolare, una forza potenziale invisibile e allo stesso modo una certa imperfezione che le fa avvicinarsi alla perfezione.

Caratteristiche che possono solo avere le grandi opere fatte dall’uomo, ma nonostante quello, danno l’impressione che fossero state create da una mano divina.

“Io sapevo che scrivere era inutile. O che solo valeva la pena se uno è disposto a scrivere un capolavoro” (2666, pagina 984)

 

Quadro di Jose

 

 

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